LUIGI BERNARDI


Il magnifico Anfiteatro di Efeso
    

Smirne, l?odierna Izmir, è la terza città della Turchia, dopo Ankara e Istambul ed è anche il principale porto del Mar Egeo. Una città viva e caotica che sembra celare l?antichissima origine. Viene indicata, tra l?altro, tradizionalmente, come la patria di Omero. Dell?antica città è rimasto ben poco: una parte dell?agorà, la piazza principale, con colonne e portico, un ricco museo archeologico con le statue di Poseidone, Demetra e Artemide provenienti dall?agorà, sarcofagi ed altri reperti.  Ben altra atmosfera troviamo invece a Pergamo. La sua erede, la moderna città di Bergama, non ha inghiottito la parte archeologica, almeno la più importante. Qui esisteva una biblioteca che custodiva 200 mila volu­mi, che poi Antonio trasferì ad Alessandria d?Egitto per compiacere Cleopatra. Qui sorge­va un famoso istituto terapeutico, frequenta­to, tra gli altri, dagli imperatori Adriano, Marco Aurelio e Caracalla. Era l?Asclepieion, dedicato ad Asclepio (per i Latini Esculapio), il dio della medicina. Più che un ospedale, era un centro per il benessere, le cure a base di bagni, massaggi, ginnastica, diete; con un pizzico di psicanalisi ante litteram, perché le terapie venivano pre­scritte dopo un appro­fondita anamnesi del paziente e l?interpretazione dei suoi sogni. Oggi l?A­sclepieion, con i suoi lunghi colonnati, i resti della biblioteca, del tea­tro, del tempio, costitui­sce una meta di grande suggestione. Vi si giunge percorrendo la via Tecta, monumentale. Sulla col­lina dominante, alta 275 metri, gli imponenti ru­deri dell?acropoli. Anzi­tutto il teatro, che poteva ospitare diecimila spettatori, poi i templi di Traiano, Demetra, Era, l?altare di Zeus (oggi ri­composto nel Pergamon Museum di Berlino), la biblioteca, le due agorà, inferiore e superiore, i ginnasi. Pergamo che, tra l?altro, ha dato al mondo, alla cultura, la pergamena, fatta con pel­le conciata di ovini, meri­terebbe ben più spazio. Noi continuiamo tra le altre città dell?Apocalis­se.

I colonnati di Efeso
        
Tiatira corrisponde alla moderna Akhisar, che dell?antico conserva una via fortificata, una grande chiesa e i resti di un tempio probabilmente dedicato ad Apollo. E ancora Sardi, attuale Sart, sul fiume Pattolo dalle sabbie aurifere, origine delle ricchezze sconfi­nate del mitico re Creso. Imponenti le vestigia del Ginnasio, con i suoi colonnati risolle­vati, al termine di una via romana, con porti­ci e negozi. Notevoli anche il tempio di Ar­temide, i resti di una sinagoga e di una basili­ca. Infine Filadelfia, odierna Alasehir, di cui persistono le mura bizantine, e Laodicea, oggi Ladik, con i resti di un tempio e di una fontana eretta all?epoca di Caracalla.

Non a caso abbiamo lasciato per ultima la prima delle città citate da Giovanni, la prediletta Efeso. Fu uno dei maggio­ri centri dell?antichità, forse raggiunse in epoca romana i 300 mila abitanti, ed era il centro del culto di Artemide. Qui sorgeva un grandioso santuario dedicato a questa divi­nità, così magnifico da esser considerato una delle sette meraviglie del mondo antico.

Artemide, Artemis in greco, fu identificata dai Romani con Diana cacciatrice.

Tuttavia aveva caratteri peculiari, persi nel­la trasposizione romana. Figlia di Zeus e Latona, sorella di Apollo, a Efeso veniva raffigu­rata con la testa coperta da un moggio cilin­drico e con un busto polimastide, cioè con numerose mammelle. Simboleggiava la Luna ed anche il ciclo della fecondità femminile, così misteriosamente legato nei tempi con le fasi lunari. Vergine, proteggeva le gravidanze e veniva invocata dalle partorienti. E? singola­re come il culto di questa Grande Madre sa­rebbe stato qui soppiantato, forse non del tutto casualmente, da quello di un?altra Ver­gine, la Madonna, come vedremo in seguito. Oggi del celebrato santuario non resta che uno spiazzo costellato di ruderi ed una colonna rifatta mettendo assieme frammenti spezzati e risollevata. Secondo lo storico e geografo greco Strabone, il tempio fu distrut­to e ricostruito sette volte.

Artemide polimastide
    
Eraciito, uno dei padri remoti della filosofia occidenta­le, nacque ad Efeso attor­no al 480 a.C. e visse una sessan­tina d?anni. I suoi antenati aveva­no regnato sulla città ed egli stes­so esercitò le funzioni di sacer­dote di Artemide, a cui dedicò la sua opera. Grande ed importante era dunque Efeso, luogo cruciale per la diffusione del cristiane­simo e la cancellazione degli dei pagani. Tanto che Giovanni non solo le dedicò l? ?Apocalisse? con priorità assoluta, ma vi si recò di persona lasciando Patmos, dove era finito in esilio dopo esser sopravvissuto, se­condo la tradizione, al supplizio inflittogli a Roma all?epoca di Domiziano, imperatore tra l?8 1 ed il 96, quando fu immerso in una pen­tola di olio bollente ma ne uscì incolume. A ricordo del leggendario episodio esiste a Roma, a Porta Latina, il tempietto di San Giovanni in Oleo. Quando Giovanni si recò a Efeso, era ormai vecchio. E doveva, questo, essere un    suo ulteriore viaggio, perché l?apostolo era giunto ad Efeso in altri tempi, por­tando con sé la Madonna, seguendo le indica­zioni di Gesù sulla croce, che a lui, come appunto afferma il Vangelo pur senza farne il nome, affidò la Madre. Ad Efeso Maria avreb­be vissuto gli ultimi anni e sarebbe morta. Questa tradizione contrasta con l?altra per cui la Madonna sarebbe spirata a Gerusalemme, dove una chiesa sorge sul luogo del presunto trapasso. Ma la versione di Efeso è stata suf­fragata da Paolo VI e Giovanni Paolo II, qui venuti a pregare nella casa di Maria. Efeso sorse nel secondo millennio a.C., fon­data dai Greci in una zona costiera adatta per un porto; oggi la geografia del luogo è mutata a causa di sommovimenti e detriti alluvionali

e il mare è lontano alcuni chilometri.

Nel 17 d.C. la città fu devastata da un terremoto. L?imperatore Tiberio ne avviò la ricostruzione e i successori Do­miziano, Traiano e Adriano, tra il I ed il II secolo, si prodigarono per abbellirla. Gli impressionanti resti archeologici che oggi si pos­sono ammirare risalgono a quest?epoca. Seguì infatti la de­cadenza, non solo per via delle declinariti fortune dell?Impero, ma anche per il progressivo im­paludamento dell?area. Giustiniano, imperatore d?Oriente (527-565), ne trasferì il centro nei pres­si della basilica di San Giovanni, in una zona sopraelevata da lui ricostruita e così sulla zona monumentale ellenistico-romana cadde a poco a poco l?oblìo. La prima basilica era stata eretta nel IV secolo sul luogo dove, secondo la tradizione, sarebbe stato sepolto l?apostolo. Ma l?edificio di cui oggi possiamo visitare le imponenti testimonianze è quello bizantino. Sull?altura vicina fu eretta una roc­caforte a cui la stessa basilica, cinta da mura difensive, fu collegata mediante il prolunga­mento delle stesse mura.

San Marco di Efeso
        Caduta in mano dei Turchi Seigiuchidi nel 1090, ripresa dai Bizantini, riconquistata dai Turchi nel 1308. La nuova Efeso vide una fio­ritura islamica. La basilica fu trasformata in moschea. Però, verso la fine di quel secolo, un terremoto demolì il complesso. Quello che oggi vediamo è il frutto di scavi archeologici e di restauri svoltisi a partire dagli anni Venti del nostro secolo.

Sono stati ricostruiti alcuni tratti murari e risollevate e ricomposte colonne. Sono state ridisegnate le tre navate e il transetto, in mo­do da fornire al visitatore un?idea abbastanza precisa di come fosse la basilica, che era a forma di croce, con sei cupole, lunga 110 metri e larga 40. Di fronte all?abside della navata centrale è evidenziato un quadrato con quattro colonne agli angoli: è il luogo del presunto sepolcro dell?apostolo. La basilica aveva come modello la chiesa dei SS Apostoli a Gerusalemme.

Aggirandosi tra queste scenografiche rovi­ne, su un pianoro sopraelevato ma sovrastato dal castello bizantino-turco di Ayasoluk, con vista panoramica sulla pianura e la moderna cittadina di Selcuk, il visitatore prova viva emozione pensando a quel consesso concilia­re che qui solennemente attestò la divina ma­ternità della Madonna, a poca distanza dalla dimora dove la Vergine avrebbe trascorso gli ultimi anni. Sì, ma dove?

Pur in presenza di una tradizione anti­chissima, la riscoperta della casa di Maria è recente, risale a poco più di un secolo fa e ha del miracoloso. La sua casa si trovava su una montagna a circa tre leghe e mezzo (sette chilometri) da Efeso. Un pianoro boscoso, con rocce a picco sul mare. Oggi Meryem Ana Evi, cioè la Casa di Madre Maria, è un luogo di pellegrinaggio e di culto, per i cristiani ma anche per i mussulmani. Vi ci siamo recati anche noi. E? un romito rifu­gio che avvince il cuore di struggente dolcez­za. Il piccolo edificio è stato restaurato e rico­struito. E? costituito da un paio di ambienti. All?interno c?è un altare e sopra, in una nic­chia, una statua di Meryem Ana; alle pareti qualche quadro devozionale, un recente frammento di affresco in stile antico, ex voto. Anche all?esterno una statua della Vergine. Nei pressi, un negozietto di ricordini devozionali gestito dalle suore. E la statuina della Madonna che ci portiamo via, piccola copia di quelle venerate in loco, tiene le braccia ab­bassate sui fianchi ma sporgenti in avanti, con le palme aperte. Più o meno l?atteggia­mento che aveva l?antica divinità qui venera­ta, la vergine polimastide Artemide.

E? singolare che il cardinale Angelo Roncalli, futuro papa Giovanni XXIII, per anni nunzio apostolico in Turchia, non sia mai salito sul Bùlbùl-dag, Colle dell?Usignolo, dove si trova la venerata meta, anche se, appena divenuto papa, fece accen­dere un cero nella cappella-santuario. Più compartecipi invece i successori, Paolo VI, qui giunto in pellegrinaggio il 26 luglio 1967, e Giovanni Paolo II, che vi celebrò messa il 30 novembre 1979. E infine l?attuale papa Benedetto XVI, il quale a fine novembre 2006 ha intrapreso in Turchia un viaggio per il dialogo e per la pace.

 

 

 

La biblioteca di Celso
 
Lasciamo il luogo sacro per scendere alla Efeso pagana, romana.

Si entra dalla parte dell?agorà, cioè della piazza principale, delimitata dalla stoà, un duplice porticato entro cui si aprivano le bot­teghe. Al centro del piazzale, lungo 160 metri e largo 56, si notano i resti di un tempio, forse dedicato ad Iside o forse ad Augusto.

Nella parte settentrionale, tronchi di colonna sono quanto rimane della Basilica Augustea. Sulla destra l?Odeidon, cioè il teatro piccolo che ospitava non solo spettacoli ma anche le riunioni del Senato. Nei pressi tre colonne sorreggenti un pezzo di trabeazione e altri resti attestano che qui s?ergevano i templi del­la Dea Roma e del Divino Cesare, voluti da Augusto. Oltre ancora, due colonne doriche e un frammento di trabeazione segnano il luogo del Prytaneion, una specie di municipio, con annesso il tempio di Hestia Boulaia, dove ardeva il fuoco sacro che i sacerdoti pritanei mantenevano sempre acceso. Sul fondo dell?agorà, l?arco della Fontana di Pollione e l?altare circolare del tempio di Domiziano, con due colonne e un fregio risollevati.

Dinanzi a noi si apre la via dei Cureti, sa­cerdoti, che discende con il suo elegante lastricato delimitata da frammenti di statue e colonne, pilastri con cariatidi ed omenoni. Dalla tomba di Mammio ci guardano figure sepolcrali. Più in là la fontana di Traiano, un tempo alta dodici metri e popolata di statue (quelle superstiti oggi sono al museo), ricostruita con tronchi di colonne, capitelli corin­zi e un timpano sovrastante; della statua gigante dell?imperatore sono rimasti i piedi. E ancora, il tempio di Adriano, di cui è stato re­staurato il pronao, con colonne reggenti un arco, preceduto dai basamenti di quattro sta­tue. Monumento di eccezionale valore, dietro cui si possono scorgere i ruderi del lupanare e delle terme di Scolastica.
   

    
Ma un palazzo spettacolare ci attende in fondo alla strada: è la biblioteca di Celso, eret­ta tra il 114 e il 135 in onore di Tiberio GiulioCelso Polemeano, governatore dell?Asia alcuni anni prima. Un meticoloso restauro ha ri­pristinato la facciata, a due piani, ciascuno con otto co­lonne sorreggenti frontoni e trabeazioni riccamente decora­ti; nelle nicchie al piano terre­no quattro statue (copie, le ori­ginali si trovano a Vienna) raf­figuranti le doti di Celso: so­phia (saggezza), episteme (sa­pienza), arete (virtù), ennoia (pensiero). Nell?abside interna si trovava la statua di Celso, o del figlio, oggi esposta al museo archeologico di Istanbul.

Ma ciò che fa di Efeso qualcosa di eccezio­nale, paragonabile a Pompei, sono alcune case poste sulla sinistra della biblioteca, arrampicate sul pendio del colle Bùlbùl: probabilmente dimore di gente benestante, erette in epoca augustea, con pianta analoga a quel­le di Pompei, cioè una serie di stanze poste in quadrato ed affacciantisi su un peristilio, cioè un cortile porticato interno. Alle pareti affre­schi, in parte conservati, con figure umane, tra cui un Eros reggente una corona, e riqua­dri di colore simili al rosso pompeiano; e ancora mosaici, tra cui uno riproducente Dioniso ed Arianna.

Il nostro itinerario prosegue lungo la via dei Marmi fino al grande teatro le cui gra­dinate, restaurate e ancor oggi utilizzate per spettacoli estivi, si arrampicano ad emici­clo su un declivio. La capienza originaria era di 24 mila spettatori.

Noi riprendiamo il nostro itinerario dal tea­tro lungo la via Arcadiana, fiancheggiata da colonne, con il lastricato interrotto da ciuffi d?erba, allungata nella campagna, fino a perdersi nel nulla. Ma da queste parti allora c?era il porto, perché il mare giungeva fin qui, mentre in seguito si è allontanato di alcuni chilometri.

Ultima tappa sono i ruderi della chiesa della Vergine, di cui rimangono alcune colon­ne del portico antistante e qualche tratto di muro. In origine era forse un magazzino por­tuale, poi forse una specie di seminario per i sacerdoti pagani; infine la consacrazione alla Vergine. Il complesso aveva ospitato i padri del Concilio del 431.

           


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