Testo di LUISA CHIUMENTI e foto di DAVOOD VIIKSI-PETE KHERADMAN



Il giardino dei ciliegi é un testo teatrale che rappresenta molto di più di una vicenda o del passaggio particolare vissuto da una famiglia, con le sue ansie, i sogni, le delusioni subite, ma piuttosto il passaggio epocale di una  società costretta ad abbandonare i ?vani sogni ? di una supremazia consolidata, per accettare l?avvento altre mentalità e di strati della popolazione, sempre ritenuti inferiori e sottoposti.

E il lavoro messo in scena al Teatro Sala Uno in Roma,  ha sapientemente reso questa particolare atmosfera. Molto validi anche gli attori che, in una scenografia minimale, ma assai efficace, hanno dato vita ai personaggi ben noti al folto pubblico in sala, per le molte rappresentazioni che di tale opera sono state date, dopo la prima che si tenne al Teatro d?Arte di Mosca, 17 gennaio 1904 17 (sotto la direzione di Kostantin Sergeevic Stanislavskij e di Vladimir Nemirovic-Dancenko.


E se Cechov concepì quest?opera come una commedia,comprendente anche qualche elemento di farsa, fu Stanislavski che cominciò a dirigerla come una tragedia, interpretazione di cui poi i registi continuarono a tenere conto, in modo più o meno profondo.

L ?opera é stata  tradotta in molte lingue e prodotta in tutto il mondo, diventando un classico della letteratura drammatica. Fuori dall?ambito russo é stata eseguita da alcuni dei più famosi direttori,ciascuno interpretandola in maniera diversa. Tra essi ricordiamo Charles Laughton, Peter Brook, Eva Le Gallienne, Jean-Louis Barrault, e Giorgio Strehler. L?influenza della rappresentazione, inoltre, è stata ampiamente rinvenuta negli impianti drammatici di molti autori, compresi Eugene O?Neil,George Bernard Show e Arthur Miller.

E? noto come ?Il giardino dei ciliegi? sia stato l?ultimo lavoro teatrale di Anton Cechov,che sarebbe venuto a mancare solo sei mesi dopo, di tubercolosi.


Le vicende narrate dall?opera sono quelle di una famiglia della aristocrazia russa che ruota attorno ad un ricordo vivissimo, quello del giardino dei ciliegi, fulcro immaginifico, molto ben reso nell?atmosfera della attuale edizione romana, di una grande tenuta che ha fatto da sfondo alla vita leggiadra e lussuosa di ciascuno dei membri della famiglia stessa e di tutti quegli amici che avevano la famiglia quale  riferimento puntuale per le discussioni e i pomeriggi di musica, poesia,  letteratura o politica.

Ma i tempi cambiano e quando l?aristocratica famiglia russa fa  ritorno nella proprietà, deve affrontare forti difficoltà economiche che solo mettendo la proprietà all?asta  sarebbe stato possibile  affrontare, pagando l?ipoteca. E dopo aver esaminato con grande angoscia le poche alternative possibili, non rimane alla famiglia che andarsene e lasciare che gli alberi del giardino vengano abbattuti e che la tenuta sia proprio comperata all?asta del Fattore, simbolo dell?ascesa della classe fino ad allora ritenuta sottoposta, in uno scambio di  ruoli e di potere ormai imminente fra le classi. Molto bene viene così colto  come ?le forze culturali che interagivano nel mondo in quel periodo?, fossero emblematiche di quel ?dinamismo socio-economico del lavoro in Russia  alla fine del XIX secolo,  che  stava portando alla  nascita della borghesia? e alla conseguente decadenza dell? aristocrazia.


Liberamente tratta da A. Čechov, l?opera si presenta quindi come una sorta di  profezia, che certamente si può identificare nel messaggio che la Compagnia ha voluto dare attraverso la regia di  Reza Keradman (Scenografia Francesco Ghisu;  Costumi Seti Minovi; Disegno Luci & Foto Davood Kheradmand; Musiche Gabriele Rendina) vuole divulgare : ?questo annuncio inascoltato mescolando, come Cechov insegna, il tragico ed il comico attraverso un?arte innovativa e contemporanea che sottolinea le sfumature dell?esistenza umana.

Non possiamo qui menzionare tutti gli attori, che hanno reso con grande sensibilità tutte le sfumature del testo ed ai quali non possiamo che inviare un grande plauso!

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