MICHELE DE LUCA



 

“Da bambino, avevo otto o nove anni e mio nonno mi portò in visita al museo Vela. Il custode ci mostrò una piccola acquasantiera con scolpita una testa di angioletto. Posso farla anch’io, pensai. E così feci”. Come  si evince da queste parole di Francesco Somaini (Lomazzo 1926 – Como 2005), e dalla sua biografia, il suo talento artistico (di cui ebbe subito consapevolezza) e la sua quasi irrefrenabile propensione per la scultura si manifestarono molto precocemente. Se poi consideriamo che il suo esordio artistico “alla grande” avvenne che era appena diciassettenne, bisogna riconoscere che la sua carriera ebbe un avvio folgorante, che lo avrebbe portato ad intraprendere una lunga ed intensa ricerca sempre ansiosa di superarsi e di esplorare nuovi linguaggi e motivazioni estetiche, e premiata da una critica sempre attenta e continuamente stimolata, oltre che da successi nazionali ed internazionali. Un percorso creativo che la grande mostra antologica (la venticinquesima della serie “Grandi mostre di scultura nei Sassi”, promossa come sempre dal Circolo La Scaletta) curata da Giuseppe Appella e dalla figlia dello scultore, Luisa, fa rivivere in tutto il suo evolversi, dal 1943 (quando era appena diciassettenne) al 2005, anno della sua scomparsa; oltre sei decenni di fervente attività riassunti in settantacinque sculture, quaranta disegni e venti medaglie e piccole “tracce”, dislocate tra le chiese rupestri Madonna delle Virtù e San Nicola dei Greci, il Musma – Museo della Scultura Contemporanea (negli spazi della Biblioteca Vanni Scheiwiller viene anche presentata una interessante sezione bio-bibliografica) e Palazzo Lanfranchi (catalogo Edizioni della Cometa).



 

Verso la fine degli anni Cinquanta la stagione informale in Italia ha la sua piena affermazione, e lo scultore comasco è pronto  a rappresentarne, in scultura, uno degli esiti più alti. Dal 1957 la sua ricerca estetica si allontana dall’astrattismo di matrice cubista e si concentra, infatti, sulla sperimentazione di materie e tecniche capaci di comunicare messaggi di forte carica esistenzialista; l’artista esprime nel tormento delle masse plastiche di ferro, di piombo e di bronzo, martoriate da forti raschiature, una risoluta volontà di sottometterle e plasmarle per farle divenire “forma” di  sgomenti interiori e di forti spinte spirituali. Nei primi mesi del 1960, Somaini ha già raggiunto una larghissima fama internazionale che lo premiava al culmine (ma non certo al termine, poiché questa sua felice stagione produttiva si protrarrà ancora per diversi anni) del suo periodo ‘informale’; l’anno prima la sua sala alla V Biennale di San Paolo del Brasile aveva ricevuto il primo premio internazionale per la scultura, “un riconoscimento inatteso – come dirà – poiché vinto in precedenza solo da grandissimi, come Giorgio Morandi, mentre io ero il più giovane dei giovani in una delegazione che contava fior di maestri, come Burri, Consagra, Fontana, Minguzzi, Pomodoro, e che cambiò la mia vita”. Nel 1960 tiene la prima personale a New York e nello stesso anno espone con una sala personale alla XXX Biennale di Venezia, presentato da Giulio Carlo Argan, che avrebbe consacrato la sua come “scultura del frammento”, non di qualche cosa, ma del “frammento assoluto”, come “grumo informale di esagitata, mal spenta materia”.



 

     Tramontata la stagione informale, Somaini, nella convinzione che la scultura debba svolgere un ruolo di riqualificazione del tessuto architettonico urbano, formalizza le proprie idee a livello di riflessione teorica in una serie di studi progettuali in un libro realizzato insieme ad Enrico Crispolti , (Urgenza nella città, Mazzotta, Milano 1972). E’ questo un altro momento fondamentale dell’opera di Somaini, irrigata da una forte tensione etica, oltre che estetica, come testimoniano le sue stesse parole pronunciate nel corso di un’intervista rilasciata a Giorgio Bardaglio nel 1998: “ Ho sempre pensato che il destino della scultura è quello di arricchire le piazze, oggi come ieri”. Per lo scultore comasco l’umanizzazione della città si dovrebbe realizzare attraverso sculture che si dilatano e crescono fino a diventare parte integrante del paesaggio urbano, in un progetto di sculturizzazione del tessuto cittadino: “un’aspirazione – ha scritto Francesco Poli – naturalmente utopica, ma che è proprio in quanto tale la ragione profonda che alimenta l’energia della sua ricerca”.



 

Di pari passo con le considerazioni sul rapporto tra scultura, architettura e  ambiente, Somaini s’inventa una tecnica di intaglio praticato mediante il getto di sabbia a forte pressione, che diviene a partire dal 1965 componente fondamentale del suo linguaggio plastico. Successivamente, l’artista giunge all’ideazione di una “traccia” a bassorilievo, ottenuta mediante il rotolamento di una “matrice” scolpita che, come ci dice Appella, “lasciando un’impronta in divenire, sviluppa e rivela un’immagine criptica ad essa affidata in negativo. Matrici e tracce introducono l’elemento dinamico, l’azione, l’idea di un percorso, di un intervento  che coinvolge architettura e contesto urbano”. Idea e materia, nell’arte di Francesco Somaini, sono accomunate da un unico destino; come suggerisce Micol Forti, “così la riflessione sulla forma, sui suoi sviluppi e sulle possibili declinazioni semantiche, è frutto di un dialogo, spesso di uno scontro, con la vita della materia”.