Testo di Teresa Carrubba e Foto di Pamela McCourt Francescone



 

La prima sensazione, arrivati a Sidi Bou Said, è quella di aver sbagliato rotta e di essere giunti in un’isola greca delle Cicladi. Stile Santorini, per intenderci. Piccole case cubiche di un bianco abbacinante con porte e finestre dal tipico azzurro apotropaico disegnano viuzze acciottolate traboccanti di bouganville e gelsomini. Ed è proprio il profumo penetrante dei gelsomini a guidarci nell’ordinato reticolo di vicoli che s’inerpicano per la collina a picco sul Mar Mediterraneo, incastonata nel Parc National du Jebel Bou Kornine, catturando una luce straordinaria che amplifica il contrasto di colori di questa architettura. La stessa luce che ammaliò artisti come Paul Klee, August Macke, alcuni membri dell’Ecole de Tunis  (scuola di pittura di Tunisi), come Yahia Turki e Brahim Dhahak e scrittori del calibro di Simone de Beauvoir e Cervantes. Ma conquistò anche il marabutto Bou Said Khalaf el Beji, asceta musulmano considerato santo, che qui si ritirò in preghiera intorno al 1220 e diventò patrono della città dandole il nome. Qui, in suo onore, fu eretto un mausoleo a cupola dietro al celebre Café des Nattes, meta obbligata per chi visita questo villaggio. Il Café gode di notorietà per almeno tre motivi: una vista mozzafiato sulla darsena nel Mediterraneo e su tutto il pendio abitato di Sidi Bou Said; le numerose stuoie colorate che ne arredano la terrazza coperta, e un delizioso tè caldo alla menta in cui galleggiano croccanti pinoli. Il percorso per raggiungere il Café des Nattes è una gioia per gli occhi, intriso com’è di romanticismo tra i fiori e le piante che spuntano da minuscoli giardini incastrati tra muri imbiancati a calce. 



 

Lungo le viuzze è facile imbattersi nei pittoreschi venditori di gelsomini confezionati in eleganti minuscoli bouquets e offerti su vassoi di paglia intrecciata. Gelsomini assurti a simbolo del villaggio fin dal XIII° secolo, quando gli arabi ne portarono le prime piantine dall’Andalusia. Ma l’attrazione straordinaria e singolare di Sidi Bou Said è costituita dalle porte, elemento distintivo di ogni casa. Porte in legno dipinto, prevalentemente azzurre, semplici o con ghirigori di borchie metalliche e batacchi; raramente in altri colori ma sempre accesi come verde-rosso o giallo ocra. Alcune finestre alte delle case sono coperte da una sorta di veranda in legno intagliato e dipinto di azzurro, non solo elemento decorativo e protezione dalla forte luce del sole, ma anche schermo di discrezione per le donne del passato che da lì potevano osservare, non viste, la vita che scorreva nelle vie. Sembra che la tradizione degli infissi azzurri per le case trattate a calce bianca sia stata voluta dal Baron Rodolphe d'Erlanger filantropo francese che dal 1910 ha trascorso gli ultimi vent'anni della sua vita a Sidi Bou Said dove ha contribuito alla conservazione e alla rinascita della musica araba. L’amore del Barone d’Erlanger per questa terra si evince ancora dai giardini della sua casa, una serie di terrazze dove piante di boungaville, agrumi in particolare aranci, palme, fiori multicolori e cipressi, ne fanno un piccolo Eden. Un villaggio dai colori forti, dunque, Sidi Bou Said, borgo arabo-andaluso, anche se le sue origini risalgono ai Cartaginesi, inserito dalle autorità tunisine tra i siti storici del Paese e sottoposto a vincolo conservativo per cui gli abitanti sono obbligati a ridipingere le case nei colori originali. Colori anche nell’artigianato locale messo in bella mostra da ogni bottega della via principale. Ceramiche dipinte a mano di ogni foggia e fattura, piatti, vassoi, ciotole, vasi e mattonelle dai lucidi smalti variopinti, gabbiette per uccelli a cupola e narghilè. Colori persino nel folklore locale. Se siete qui ad Agosto non dovete assolutamente perdere la festa religiosa della Kharja, tra le più importanti della Tunisia. Tutto il borgo è invaso da varie confraternite che ricordano così l'eroico sacrificio dei martiri islamici caduti per mano dei francesi nel 1271.

 

 

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